lunedì 27 aprile 2015

una festa che divide

A bocce ferme, vorrei fare alcune brevissime considerazioni sulla festa del 25 aprile.
La data ricorda la fine di una guerra sciagurata che aveva significato, per tutti gli italiani, angoscia, disagi e miseria, senza contare le migliaia di morti e le sofferenze dei loro familiari.
Una guerra conclusa con la scacciata delle truppe tedesche da parte delle forze alleate, con USA e Inghilterra in prima fila.
E’ appena il caso di dire che l’Italia aveva iniziato la guerra come alleata dell’esercito tedesco, e questo dice quanto complesso fosse il quadro di questo conflitto che, dopo l’8 settembre 1943, generò anche una guerra civile.
La gioia degli italiani per la fine di quella tragedia, che consentiva di ricominciare a vivere normalmente, merita sicuramente una festa che la ricordi.
Nel corso degli anni, tuttavia, questa festa ha assunto connotati tali che tendono a dividere gli italiani, più che a unirli, e una festa nazionale che divide ha, secondo me, qualcosa che non funziona a dovere.
Il primo aspetto che sorprende il normale cittadino è l’evidente tentativo del PCI, nonché dei suoi successori e dei suoi succedanei, di appropriarsi dell’esclusiva del movimento partigiano.
In realtà il movimento partigiano era costituito anche da cattolici, liberali, azionisti e gente senza collocazione politica, ma fin da quei tempi era in atto la strategia del PCI di prevalere sulle altre formazioni: i partigiani non comunisti erano tollerati a fatica e, talvolta, addirittura uccisi, come avvenne alla malga Porzus nel febbraio del 1944.
Un altro aspetto che non convince è il tentativo di gonfiare la reale portata storica del movimento partigiano, che coadiuvò le forze alleate nella liberazione dell’Italia dall’esercito tedesco.
Il contributo del movimento partigiano è stato importante dal lato militare e, ancor più, dal lato ideale, ma non si può ragionevolmente credere che sia stato determinante per l’esito della guerra.
Quando si leggono affermazioni o, addirittura, libri a sostegno della tesi che a liberare l’Italia è stato il movimento partigiano, c’è da rimanere esterrefatti.
Infine, i toni trionfalistici usati sono, a mio avviso, fuori luogo perché, è bene ricordarlo, il 25 aprile segna anche la nostra sconfitta, una dolorosa sconfitta che lascia l’Italia distrutta e mutilata di importanti territori.
A volte si ha l’impressione che qualcuno pensi di avere vinto la guerra, ma non è così: l’Italia ha perso la guerra così come gli italiani tutti, senza eccezioni.

Insomma: una festa che, dopo 70 anni, continua a dividere, che festa è?

mercoledì 22 aprile 2015

zanzare 20

La buona compagnia

Nei giorni scorsi il settimanale L’Espresso ha pubblicato un’inchiesta dalla quale emergono grosse ombre sull’operato del Ministro dell’Interno, come risulta dal titolo:

Consulenze pubbliche alla moglie di Alfano
E l'avvocato del ministro vince l'appalto Expo

 Alfano ha minacciato di querelare L’Espresso e, nell’attesa, ha querelato il quotidiano “il Giornale”, reo di avere ripreso la notizia pubblicata da “l’Espresso”.
E’ un comportamento singolare, che ricorda un’altra vicenda di querele, come quella che l’allora premier D’Alema spiccò nei riguardi di Forattini per una vignetta ritenuta offensiva apparsa sul quotidiano Repubblica, che è la capitale del “politicamente corretto”.
D’Alema, da uomo pragmatico qual è, querelò Forattini ma non querelò né il Direttore Mauro né l’Editore Debenedetti, comportamento strano ma bisogna capirlo: non si può urtare la stampa amica.
Questa vicenda provocò le dimissioni di Forattini nonché la sua decisione di stabilirsi in Francia.
Alfano sembra altrettanto pragmatico e, nell’arrabbiatura seguente la lettura dell’articolo, rendendosi conto che l’Espresso appartiene allo stesso gruppo editoriale di Repubblica, si sarà chiesto: “Chi querelo?”.
La risposta è stata facile: “il Giornale”.
Alfano ha così dimostrato che una cosa l’ha capita bene: i compagni è meglio averli come amici.

Obama di Libia

In mezzo alle tante lodi che si sono reciprocamente fatti i presidenti di USA e Italia, Obama ha promesso a Renzi che lo aiuterà a risolvere la questione degli sbarchi dalla Libia.
Mi pare di ricordare che la citata questione fosse già stata risolta.
Le cose cambiarono quando Obama e Sarkozy vollero “esportare” la democrazia in Libia: uccisero il tiranno e spianarono la strada al fondamentalismo islamico.
Se si tratta dello stesso Obama, come dire: poche idee ma confuse.


Innocenti invasioni

La vicenda che ha portato alla condanna di Berlusconi per frode fiscale, condanna che gli è costata l’espulsione dal parlamento e l’interdizione dai pubblici uffici, si sta ingarbugliando.
Il quotidiano “Libero” ha scoperto una sentenza della Corte di Cassazione del 20 maggio 2014, su un caso del tutto analogo a quello Mediaset del 1° agosto 2013, nel quale il relatore, che è la stessa persona in entrambe le sentenze, giunge a conclusioni opposte.
Il citato relatore, Amedeo Franco, ritiene che la sentenza Mediaset del 1° agosto 2013 sia basata su una tesi “che non può essere qui condivisa e confermata, perché contraria alla assolutamente costante e pacifica giurisprudenza di questa Corte e al vigente sistema sanzionatorio dei reati tributari”.
C’è da restare increduli a pensare che una sentenza possa essere stata “pilotata” per modificare il normale corso della politica, perché si tratterebbe di un’invasione di campo, e non sarebbe la prima.

Tuttavia nessuna delle precedenti invasioni hanno arrecato danni al potere giudiziario: sembra che si tratti di invasioni … innocenti.

giovedì 9 aprile 2015

renzi

Renzi è l’uomo del giorno.
E’ diventato Presidente del Consiglio senza il vaglio delle elezioni, ma ha riscosso una certa simpatia da parte di molta gente, anche di schieramento diverso dal suo.
Molti di costoro pensavano, grosso modo, così: “L’Italia è ingovernabile, questo ragazzotto è sì del PD, ma i suoi modi sono molto diversi da quelli dei leader storici del partitone che l’hanno preceduto. Ha addirittura accettato di confrontarsi con Berlusconi nonostante tutti i veti e gli anatemi che ciò gli ha procurato, chissà che non riesca nella disperata impresa di governare l’Italia”.
Poi il nostro ha cominciato a muoversi e i fatti non sono stati all’altezza dei suoi quotidiani proclami.
Negli ultimi tempi mi ha colpito la sua spregiudicatezza nella vicenda dell’elezione del presidente della Repubblica, ma mi ha colpito ancora di più la vicenda della rimozione del ministro dei trasporti, che Renzi ha fatto passare per una questione etica pensando che gli italiani siano tutti grulli: mandare via un ministro che non ha ricevuto nemmeno un avviso di garanzia e tenere ministri e sottosegretari indagati presuppone una bella faccia tosta, che l’epilogo della vicenda ha reso ancora più tosta. E’ infatti diventato ministro dei trasporti Del Rio, che da sindaco di Reggio Emilia non aveva brillato per correttezza negli appalti, ma è un fedelissimo di Renzi e tanto basta.

Fra i giornalisti, uno che gliele canta chiare è Piero Ostellino che oggi, sul quotidiano “il Giornale”, gli ha dedicato un articolo che riproduco per i lettori del blog.


martedì 7 aprile 2015

l'avventura del signor B

Dalla sua discesa in campo in poi, Berlusconi, che in seguito chiamerò B, ha visto succedere di tutto.
Intanto è bene dire che quando giornali e avversari politici parlano di ventennio berlusconiano dicono una falsità perché, in quel periodo, le sinistre hanno governato più di dieci anni.
Ma, si sa, costoro sono maestri nell’adulterare la realtà e così, con poca spesa, riescono ad addossare a B tutte le fesserie che sono state fatte. Solo per fare un esempio, ripetono da molti anni che è stato lui ad aumentare le tasse, anche se i maestri in questa arte sono loro: tuttavia un sacco di gente ci crede.
Ma andiamo con ordine.
Nel 1994 B iniziò trionfalmente vincendo al primo colpo ma, pochi mesi dopo, l’alleato Bossi, minacciato e impaurito dal presidente Scalfaro, mandò a ramengo l’appena costituito governo aprendo le porte al famigerato “ribaltone”: chi aveva vinto andava a casa e chi aveva perso governava.
Poi nel 1996 si tennero nuove elezioni che B perdette, e per altri 5 anni governò la sinistra.
Tuttavia B lavorò responsabilmente all’opposizione e, nel 2001, rivinse riuscendo a governare fino al 2006, ma in quel periodo affiorarono i primi sintomi di ciò che avrebbe portato alla situazione attuale.
Proprio in quegli anni un certo Follini, insieme a Fini, cominciarono a ostacolare l’azione di governo, e pochi ricordano che i due citati componenti del governo provocarono una crisi e, negli ultimi due anni, vi fu un governo B bis.
Queste fibrillazioni crearono divisioni che portarono il centro destra alla sconfitta nelle elezioni del 2006.
Mai come in quella occasione si notò la solitudine politica di B, che fece la campagna elettorale praticamente senza aiuti dai partiti alleati, e il centro destra perdette per soli 24000 voti.
Venne premiato Prodi, ma durò solo fino al 2008, anno in cui il centro-destra, riunendo tutte le forze politiche alternative alla sinistra, con l’eccezione della Lega Nord, in un nuovo soggetto politico (Popolo delle Libertà), vinse largamente le elezioni, e tutto lasciava pensare che si fosse aperta una nuova stagione politica nella quale forze politiche alternative alla sinistra avrebbero potuto governare per 5 anni, ma non andò proprio così.
Dopo un anno Fini, cofondatore di PDL e presidente della Camera, incominciò a mettersi di traverso al governo, sotto la regia del Presidente della Repubblica che sapeva come stuzzicare il suo ego un po’ abbondante per metterlo contro B.
Risultato: il governo andò in affanno ma non veniva mai sfiduciato dal parlamento, e allora il presidente azionò la leva dello spread per fare sloggiare B, attuando un’operazione che somigliava vagamente a un colpo di stato.
Ma il bello doveva ancora venire: con operazioni di dubbia legalità, come la retroattività della legge Severino e altri aspetti che ho evidenziato in precedenti articoli, B dovette sloggiare anche dal parlamento perché, mentre aveva incarichi istituzionali di alto livello, aveva anche, nei ritagli di tempo, frodato il fisco beccandosi una condanna a 4 anni, mentre al legale rappresentante dell’impresa frodatrice, Confalonieri, non veniva inviato nemmeno un avviso di garanzia.
L’odore della disfatta, derivante dal suo annientamento politico, provocò una scissione: Alfano formò un nuovo partito.
Ora sembra che B possa tornare in pista, ma ogni giorno qualche suo compagno di avventura politica lo pianta in asso.
E allora l’uomo della strada si chiede: ma perché non li manda tutti a quel paese e si ritira?
La sinistra, che la sa lunga, dice che B non si ritira perché stando lì fa i propri interessi.
E’ vero, interessi come avere ottenuto la galera, oppure avere scovato un giudice che ha scucito alla Mondadori 600 milioni di euro per darli alla CIR di de Benedetti per sanare un’ingiustizia, il cosiddetto “Lodo Mondadori” del 1991, all’indomani del quale de Benedetti si era dichiarato “molto soddisfatto” e aveva fatto pubblicamente a B “tanti cari auguri per le sue tante iniziative imprenditoriali”: questo si chiama fare i propri interessi!
Se B continua a stare in politica potrà succedergli anche di peggio, da parte dei guerriglieri rossi, e niente di buono gli verrà dai suoi amici e dai suoi alleati.
Viceversa, se esce dalla politica avrà sì l’amarezza di non essere riuscito ad attuare il suo progetto politico, che era quello di alzare il tasso di liberalismo dell’Italia, ma avrà anche due soddisfazioni non di poco conto.
La prima sarà quella di vedere i suoi nemici, quelli che hanno tentato in tutti i modi di linciarlo, giornalisti, giudici, politici, trovarsi improvvisamente privi del bersaglio: cosa faranno? Molti dovranno cambiare mestiere.
La seconda sarà di vedere l’azione politica degli “Ufficiali” che ha allevato: quando, finalmente liberi dal giogo del loro “Generale”, si renderanno conto della modestia della propria caratura, molti di loro rischieranno il suicidio.

La soluzione più razionale è quella di mollare tutto ma, si sa, B è un grande estimatore di Erasmo da Rotterdam e dell’elogio che costui tesse della pazzia, perciò nulla è scontato.